6 febbraio 2016

Lessicomachia universale

Immagini dal web (elab. Ferdigiordano)


Ne avevamo anche quintali, quindi eravamo di peso.
Quintali di sicumera. O, come dice il devoto: spocchia,
supponenza, pistoni a vapore. Per la parte voluta
calati in una posa di scena. Posti a sedere, giudicammo.
Nessuno ce ne aveva parlato. Lo scoglio era lo stesso canto.
Nel paese le sirene sono sulle labbra di tutti e i denti
cadono nel tranello del bacio. Dicono che questa sia
la parola quando accade. La parola osso in bocca al cane.
Siamo legati al vento. Panni che si asciugano, in breve.
Il verbo continuare fa di noi quello che vuole e ci viene
assegnato un tempo rischioso, dalla mafia degli orologi.
L’inconsolabile lettore portò le braccia al petto come
per difendere il suo etimo, le trasformò in chele.
E da granchio, si spostò sul fianco. Non poteva
che avanzargli la spalla, una quinta di persona, tanto,
forse un caso, certo non avrebbe perso la faccia.
Lasciò scorrere il fiume nel suo verso sentendosi al riparo,
trovò l’ago nella legge, il pagliaio delle voci disperse.
Sollevò un vespaio. Stette incolume la spocchia immemore,
orba di tanto filo, così percorsa, attornia la Terra, all’aria sta.
O si trattava di ricucire lo strappo tra diverse lingue. 
                                               Se in quel momento 
un uragano, o un colpo di tosse dal fondo, avesse scosso  
le belle figure tratteggiate, più che la voce nel miraggio,
da lassù si sarebbe visto come si incazza la platea,
per tanto, poco.