11 aprile 2016

Come il distacco agisce sulle pietre


Immagine dal web

Questo sentiero è notevolmente sentiero
per quanto si senta già strada
destinata alla vetta. Può darsi, ma non conosco
altro modo di andare in fondo alla cosa
che risalire al suo punto di vista. A fatica
conosco il mare e so che qui è stato a lungo.
Può apparire l’anguilla nel prato. Può apparire
l’acqua da una vena. Subito balza agli occhi
l’incredibile supremazia delle suture mancate
tra i sassi. L’umanità inanimata è un calcagno
del cosmo. E’ il calcare che trovi qui solo.
Le pietre non si parlano, si toccano a piacere.
Appare nella circostanza tutt’altro
che ben disposto il fianco del colle.
Tiro il fiato per vivere. Con me due tronchi
respirano, solo due tronchi sul costone
obiettano alla verticalità di certe presunzioni
che mi sorgono in mente. Come un convento
per la pace, come l’indice per il calendario.
Tutto ciò che conta ha una sua voce.
Il silenzio non è regola aurea, stagna troppo.
Da qui, se urlo, la roccia su di me poggia l’orecchio
ma risponde lo stesso tono affievolito di chi ripete
per sempre non ci sono, ricordi?,  poi ammutolisce
precipitoso. Allora tiro una pietra, miro ovunque,
sveglio l’intera consorteria del sambuco.
Ah, il sambuco! Ricordo il piacere di mio padre
e l’odore del caffè nei suoi occhi. Tornatemi
quegli occhi!, se a centinaia i ciottoli
tornano a valle e come esseri silenziosi
perdono qualcosa producendo rumore, 
si deve al distacco. Il distacco, a rigor di logica, 
riduce anche la roccia.



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