11 maggio 2016

Mise en abyme



Il protocollo, innanzitutto: ricevere il sollecito di ritiro
con il timbro giusto. Si evitino i “non è più tra noi”
mentre sta ancora lì in un sangue sopravvissuto
o nel racconto di come batteva i denti durante il sonno.
E poi il fiore all’occhiello: la perla del bacio sulla fronte
quindi la seduta dei convenuti che spiegano i resti,
il pianto copioso da uno per tutti, tutto per uno
dei bei tomi da riporre nella biblioteca dei vissuti.
Come quei libri che si chiudono, mai completamente aperti,
neppure letti da tanti comunque consunti dai congiunti.

La procedura è quella dell’effetto Droste: il corpo
viene rappresentato in un corpo ben messo situato
nel corpo che amiamo immaginare. Riferiamo
della morte l’espianto di forza da un muscolo universale
che a lui torna, intrinsecamente consapevoli che non potrà
esserci ridata la corda del respiro, quella che tira su,
eppure è ancora lì la nostra mano
che vuole sollevarci.

Morire non è come partire. È certo restare,
come si deve in una classe. Giusto il tempo
perché gli elementi ricompaiano nell’ala
del palazzo immaginario, lasciando il monolocale
alle spalle, quasi che la leggerezza della scomparsa
debba distribuire parti con lo spirito adatto.

Allora, ecco: gli occhi, fino a poco prima manifesti
dello spettacolo, adesso recitano da attori consumati
il sonno sovrumano: è possibile da ora in avanti
interpretare l’uscita di scena con parole sconcertanti 
che amo:“sa quello che io non so, / che questo è tutto
un sogno./ O lo è questo o lo è quello / ancora non ho capito bene.”

Viene facile a galla
la straordinaria somiglianza della morte con il fondale:
sai che su di esso si posa questo mare, ma non puoi stabilire
da fuori se vi camminerai. Intorno, le rive svelano
che alla base dell’acqua c’è tanto di umano da considerare.

Si muore solo localmente, se davvero c'è
lo spazio da considerare.

In corsivo: F.Figliolini - La birra del Paradiso
Immagine dal web