28 giugno 2018

Mal tolto




L’aria si agita in ogni direzione
e comanda fazioni di polveri.
Sette, o più grani segreti al vento.
La polvere è per l'impronta
un toccasana. L’umanità
si concentra in quel luogo
o diventa tegumento del verso.    
Si alzano nuguli a squarciagola.
Chiudo la bocca. Incasso il collo.
Resto di pietra. Le narici fanno
un lavoro da archivista. Ballonzolo,
vivo: più coperti sono gli occhi,
più annudo l'odore. Poi gira
voce: oh-ò! è un grido d’aiuto. Ooooh!
del fanciullo che riscuote l’ora.
Polvere, che fuga dai passi: ohhhh.
Chi ha finito amore gira a vuoto,
perché quel qualcosa è tornado,
oppure vira stretto dal desiderio
di un ritorno. L’aria barcolla
per quanto è densa dove si alza
da lei al sole. Barcolla da sé questa
raccolta di calori impuri. E dentro
vibrano corpi come dolenti, curve
o cose non più spigolate; ballano
quasi fuochi: fatui, fatiscenti, fatti specie
di miraggi ingegnosi, umbratili
per collocazione adultera in noi.
Sei ricco, dimmi: ti senti come
quell’antico giovane con lo sguardo
curioso? Il secolo scorso ti ha dato
un fatto nuovo, una congiunzione
affiliata alla cosca del sangue, il rimedio
alla polvere si chiama nome ripetuto.
Guarda il sepolto. Felicitati per l’ombra.
Avendone sei; e sei ancora di nuovo.
Chi ha gli occhi addosso sa dove
si posa faziosa: il più complesso
sistema di ricordi diventa prossimo
maltolto.