18 gennaio 2013

Di visioni



Tra i due zigomi, il peso del respiro schiaccia il naso
più del diretto scagliato dal freddo gennaio.
Appena sotto appare una smorfia dal sorriso:
nulla sembra avere la dolcezza del piccolo soggiorno,
la postura del brodo, il ricordo del primo piatto rotto,
il servizio buono, quel cassetto vuoto.
Tra gli zigomi c'è la rivalsa di un ghigno.
Nel contrappunto evidente cornicia il ricordo
un suo trasloco.


*
Tutto il buio possibile dove si accovaccia il corpo,
tutta la chiarezza decaduta, l'introvabile
apertura del sonno, la coscienza per cercare 
il riposo, non verifica l'estromissione dal dubbio
la redenzione dai colori - nella vera colpa 
di doverne indossare il colloquio
il vocabolario di umori.
In questo scambio di parole precipita la parete
dove affigge gli occhi
ciò che non crepa e vorrebbe riunirsi.


*
Ogni suono mosso dalla sagoma, o lei in persona
dalla sua esclusiva visione esige lo scuotimento dei polsi,
incita alla gente, porta dentro la rabbia di fuori. 
Spostare un qualsiasi oggetto che le sia appartenuto 
cambia la casa, la scompone, seguita a cancellare recapiti.
La strada, nel vetro, esprime un segmento,
si lancia per andare nella sua fermezza. Non è un indirizzo 
del silenzio, nè apre all’ultima riflessione.


*
Potrebbe inarcasi, farsi volta, o una rete di lancette 
lì dove passa il tempo. Una cella a misura della gara
per non restare infinitamente secondi
sacramentare, maledire, uscire per primo
magari ora. 


*
E qui il gioco inventato: un procedimento di pensieri 
che attui la materia che non potè essere giostra insinuando l’epica
del dondolo: io che mi spingo oltre il tuo muro
la tua parete conscia. Solo urti e passi e il cuore della perdita.
Tutto in un segmento, punto a punto
una corda nel pozzo.


*
Poggiata, la polvere sui nodi dice del mantenimento 
decaduto, invade i sintomi della festa
li deprime nella nuvolaglia, poi ricolloca il legame
dove non sarà quel corpo certo nè sicuro.
Intanto cedo a sperare domani un fatto di ieri.


*
Benché tu non senta ciò che muto non è:
le mie ragioni, i passi inseguiti, la brezza delle mani
lanciate, i verbi coniugati, ti dirò: sulle spalle che ti portai,
per le vicissitudini di tutte le attese mancate 
(mai annotate, mai compiutamente descritte),
al carico, al sovrappeso attuale, la magrezza di un lascito
che mi infama. 


*
come poteva essere l'altrimenti? La risolutezza 
dell’anello così minuto, così perseverante al dito, frammento
che non ci parlò di alcuna barriera che non fosse la resistenza
vinta da una bruciatura.

*
Così tutto trasalì chiedendoci se i ceppi rimasti
fossero di legno, volti tagliati netti e già cenere,
overdose di secchezze, o segmenti analoghi 
alle sorti di ogni fiamma ardente.

*
La chiameremo età, ti dico, la chiameremo
come ovvia appare la piegatura delle date
in ogni cominciato, quanto non si risolve
ad un certo luogo, né l’uomo né il dolore.
E la chiameremo, ancora, e poi,
sotto la pietra - radice, cuore, ambizione, nullafacente -
quasi verme la vita
prosegue nell'umido l'unico abbandono,
la vera opulenza della fine.


*
E se cerco il posto convenuto non può esserci che vento
o, puzzle a parete, la sequenza di parole che sbanda il sereno.
Devo oltremodo evitare i richiami, la presunzione dei nomi
le impalcature di voci, le dovizie passate sottoposte a rumori.
Al bando i passeggi nel corridoio, stanco
del detto e ridetto da chi è riuscito a vivere oltre.
Si regge il presente col sangue
quando scompare il volto dai nervi.

*
La tua posta dov'è?