21 gennaio 2013

Paesi e non più credenze




Cerano dalle candele luci fioche tremolii 
c’erano timide sacralità installate 
e correnti e le fughe cerano tramate verso loro 
ma lo sforzo di una fermezza di curve talune 
mosse verticali insinuanti almeno una santa
                               o giù di lì
i santi dei campanili dal loro punto di vista
alto. Così alto che aderivano le volute 
quasi pece ai condotti in basso. Tanto basso
che allo stesso tempo intimità e fiamma
raddoppiavano il rosso per familiarità d’intento.

Diciamo qui che il fumo è una volontà
di apparire dell’aria nel fuoco
- calori e canaglie: fiamma intimità
angosture in fondo. 
                               Vedilo
quel volto secondo da ante fatto ad arte
che indossa lo scomparso lasciato solo nome
dove è solo con altri soli
se quella mistura di trasparente cronaca
conquista il rito quotidiano ricordo
per dato.
              Se quel 
                          andò via da noi 
a lungo perso
ancora viene viene 
                              per darsi là.

18 gennaio 2013

Di visioni



Tra i due zigomi, il peso del respiro schiaccia il naso
più del diretto scagliato dal freddo gennaio.
Appena sotto appare una smorfia dal sorriso:
nulla sembra avere la dolcezza del piccolo soggiorno,
la postura del brodo, il ricordo del primo piatto rotto,
il servizio buono, quel cassetto vuoto.
Tra gli zigomi c'è la rivalsa di un ghigno.
Nel contrappunto evidente cornicia il ricordo
un suo trasloco.


*
Tutto il buio possibile dove si accovaccia il corpo,
tutta la chiarezza decaduta, l'introvabile
apertura del sonno, la coscienza per cercare 
il riposo, non verifica l'estromissione dal dubbio
la redenzione dai colori - nella vera colpa 
di doverne indossare il colloquio
il vocabolario di umori.
In questo scambio di parole precipita la parete
dove affigge gli occhi
ciò che non crepa e vorrebbe riunirsi.


*
Ogni suono mosso dalla sagoma, o lei in persona
dalla sua esclusiva visione esige lo scuotimento dei polsi,
incita alla gente, porta dentro la rabbia di fuori. 
Spostare un qualsiasi oggetto che le sia appartenuto 
cambia la casa, la scompone, seguita a cancellare recapiti.
La strada, nel vetro, esprime un segmento,
si lancia per andare nella sua fermezza. Non è un indirizzo 
del silenzio, nè apre all’ultima riflessione.


*
Potrebbe inarcasi, farsi volta, o una rete di lancette 
lì dove passa il tempo. Una cella a misura della gara
per non restare infinitamente secondi
sacramentare, maledire, uscire per primo
magari ora. 


*
E qui il gioco inventato: un procedimento di pensieri 
che attui la materia che non potè essere giostra insinuando l’epica
del dondolo: io che mi spingo oltre il tuo muro
la tua parete conscia. Solo urti e passi e il cuore della perdita.
Tutto in un segmento, punto a punto
una corda nel pozzo.


*
Poggiata, la polvere sui nodi dice del mantenimento 
decaduto, invade i sintomi della festa
li deprime nella nuvolaglia, poi ricolloca il legame
dove non sarà quel corpo certo nè sicuro.
Intanto cedo a sperare domani un fatto di ieri.


*
Benché tu non senta ciò che muto non è:
le mie ragioni, i passi inseguiti, la brezza delle mani
lanciate, i verbi coniugati, ti dirò: sulle spalle che ti portai,
per le vicissitudini di tutte le attese mancate 
(mai annotate, mai compiutamente descritte),
al carico, al sovrappeso attuale, la magrezza di un lascito
che mi infama. 


*
come poteva essere l'altrimenti? La risolutezza 
dell’anello così minuto, così perseverante al dito, frammento
che non ci parlò di alcuna barriera che non fosse la resistenza
vinta da una bruciatura.

*
Così tutto trasalì chiedendoci se i ceppi rimasti
fossero di legno, volti tagliati netti e già cenere,
overdose di secchezze, o segmenti analoghi 
alle sorti di ogni fiamma ardente.

*
La chiameremo età, ti dico, la chiameremo
come ovvia appare la piegatura delle date
in ogni cominciato, quanto non si risolve
ad un certo luogo, né l’uomo né il dolore.
E la chiameremo, ancora, e poi,
sotto la pietra - radice, cuore, ambizione, nullafacente -
quasi verme la vita
prosegue nell'umido l'unico abbandono,
la vera opulenza della fine.


*
E se cerco il posto convenuto non può esserci che vento
o, puzzle a parete, la sequenza di parole che sbanda il sereno.
Devo oltremodo evitare i richiami, la presunzione dei nomi
le impalcature di voci, le dovizie passate sottoposte a rumori.
Al bando i passeggi nel corridoio, stanco
del detto e ridetto da chi è riuscito a vivere oltre.
Si regge il presente col sangue
quando scompare il volto dai nervi.

*
La tua posta dov'è?

28 ottobre 2012

Il luogo in cui prende forma il corpo












Salerno è fuori da questa stanza. In questa
stanza il mondo intero non vi entrerebbe.
Dio sì. Forse già c’è come sera, come legno.
Benchè io mi distenda, un mistero
allerta tutto intero la bocca del vetro:
qualsiasi imposta sbatta, non c’è vento e trema
la verità del mio piccolo mondo
nella piazza che lo circonda.
La piazza che include la funzione
di pianeta dei bus che non mi prendono.

Eccolo quindi un perseverante altolocato: dio.
Non nasce, non diventa, non si preoccupa di come
appare: davvero? Davvero. Prende forma quando
esplode la delusione. Sintomo evidente
la solitudine della pietra. Dalla pietra, lui se n’esce
con nuove costruzioni, a parole
frammenti del sé - come rinvenimento, attenzione.
Si capisce
che è edificante perché progetta pilastri
con carpenterie umane. Si riconosce
perché non bussa, ma inchioda, virilmente.
Un ermafrodita misogino – si noti la desinenza disputante.  

Deduco
che una doppia mandata alle tempie
non serva. Di fatto, bevo come cola il tempo.
L’orologio misura il polso, lì appena appena
dà una mano sapere l’ora.
Bevo e saprò che le vene ignare
non hanno abbastanza fegato. Cadranno colpite
durante il passaggio dalla carne all’argilla.
Né la carne né l’argilla hanno presenza di spirito:
se il fiume le porta via, dicono acqua
acqua da non credere.

Dei miei amici amati nella notte ad una costa










Daniele ha la congettura del planisferio
uguale alla dimestichezza con la calma: alza
la prima ora notturna come un’isola racconta
l’arcipelago sommerso dal mare, noto solo
ai cartografi iniziati a misure sommerse.
Entro in gioco come apprendista ludico
sulla base del mondo.
Lui svela il fondo disponendo argomenti: argomenti
in incognito che non mettono in luce
una baia che da tempo ignoro.

Franca, compasso di letizia, cerchia le parole
con legamenti d’aria, turbine del sorriso, espone
il dirupo della gola sulla costa fonda perché
metta radici sul ciglio il giglio immacolato
del respiro. Io respiro quell’atmosfera
da lucernaio aperto, senza obliquità
in cui gli occhi permangono fessure.
Ha un’ansia complessa di gestire il sonno
mentre i testi la scoprono, si manifestano
tra capelli lucidi e cuscino ebbro: quando il quadro
della pagina - ripiegato a dovere, incitato a navigare -
diventa un traghetto e nessuno come lei
sa prenderli a nuoto.

Maiori accosta la sua ultima porta, tira via
le ombre mobili, mantiene il cordoglio
nel bacio di un saluto che si valuta al ritorno.
Chiunque osservi ora Nanà abbaiare, capisce
come la fedeltà dei cani sia un battello
che affonderebbe se affondasse il suo capitano.

Ma che importa? Altro è una libertà d’incontro
che affiora nella baia come un faro a colori.

Rame da mare









Dal fondo si solleva rame. Tonico appena
incontra il raggio. Si esalta la nudità
tumida, non regala niente, nemmeno si vende.
Intorno cadono promesse brune, promesse e gocce torride.

Ha una goletta in bocca, o la bocca è una filibusta rossa
o una varea da cui gravitano impiccati avorio.

Esuberante il pube, almeno quanto sadico
appare il gluteo nell’intarsio di granelli lucenti
e spogliato di un lembo: incontenibile
frusta le tempie perché viene da mare.

Mi incanta il gesto. E dico gesto
quell’afa, quell’afa pagata a gocce, nell’alveo 
del respiro che
rende lente le dita mentre solleva il lembo
ma consente qualsiasi fronda incredula
sulla pelle: sono così lente da sapere di invito
di gesto di afa di fronda che concede l’ingresso

e lì entrano subito gli occhi come spettri in catene
perchè viene da mare, rame
di bell’aspetto.