18 luglio 2018

L’eternità più corta è adesso




Roma: eterna. Muta consonante: eterea. Lei diventa
o toccata si riassetta. Come poteva altrove?
Eterea è quella costanza di ombre
in piedi ovunque - la sua ormai non più in là di lì.
Nei vasi e nel sangue delle fioriture tardive,
non tanto per la storia che si protrae
non potendo smettere, né per le fatue
che qui circondano risolute papi, imperatori,
malesseri, mobili come le loro colonne,
fin dalla prima volta al lavoro degli agenti
sui cotti, noi siamo addirittura sotto i nostri occhi,
quando l’evento è per noi, irreparabili insuccessi,
per un momento breve, solo dopo ventanni.
Pensa: l’eternità può apparire
corta ma sorprendentemente intona i volti
scoperti.




17 luglio 2018

Data per nome


A mama per sempre


La tua lingua è seguita da sempre:
sana sempre, libera sempre,
protesa sempre, sempre linfa
per taluni complementi
solo tuoi, per dire sempre
potrebbe esserci qualsiasi altro giorno in questa finestra
e mille nascite ancora in tempo
per diventare attendo.
Lo sguardo coglie prima della mano il punto
che interrompe l’attesa con un saluto, luogo
dell’incontro postumo ma consueto
per via della concitazione
dove vago non è il traffico nè paragonabili tra loro
visi e case, ossia passanti inquieti e immobili,
ma ripida la fretta presente.
A memoria sei come eri, vera in questa residenza
che puoi chiamare la mia vecchia pelle, derisa
dal vento di ponente, folata e basta
che nulla insegue, ed anche per cosí poco vengo.
Lo scrivo avendo visto tre cose appena: una, un
e la tua fugacità seduta sull'orlo del marciapiedi: cos'altro
trama dalla genesi in poi
in un ambito di turismi ingenui
come mi salta all'occhio la tua trasparenza?



5 luglio 2018

In seguito lo terrei a mente




Se metto mano
a sud del cervello prendo il cavallo
per quel che è: un animale bizzoso
tra capo e terra, superato dagli eventi.
Eppure per imbrigliarlo la vita ci ha messo poco
afferrata per i capelli più e più volte -
tanto del crine non si tiene molto. Meno
della stalla, poi, è per il ventre, ma anche lì
quanto più è vuoto lo zoccolo regge
peggio.
Ricordo di essermi toccato assai
prima del tempo. Ricordo figure patinate
tenute a distanza dai decenti
che impaurivano avvicinando le visioni
al risveglio. E ricordo il tatto incerto
e rozzo via via diventato trasporto: per questo remo.
Ricordo, ricordo... ma era prima
del tempo che fosse traversato il breve
sangue burrascoso.
Se ci fosse ancora lo terrei
a mente.


Immagine del web

1 luglio 2018

La domenica verrà concessa a giorni




Vorrei abbracciare questa casa
come la prima
amica: parola fine
se abitasse qui. Diventa caldo
pensandovi. Caldo integerrimo,
di parola così fatta finestra, battente.
Le pareti sono atterramenti retti
da non so quale voglio. L’anima
un biancore inaudito ruba
salendo a chiazze umide
gli interni, residenti per nome,
congiunzioni e cimeli fatiscenti.
Chiazza è un bel termine: come esito.
Vi somiglia a macchia, in cute nessi
che tento. Viene cupida di là. Viene
ma indica trasudamenti. Levo il dito
piegato: si stira a tratto
l’idea di stagione. Colgo nudo
il colore di riferimento. Colgo
lo zelo dell’aria corrente. Potrei
toccarle il ventre con lo sguardo vivo
presso la finestra.


Immagini dal web (elab. ferdigiordano)

28 giugno 2018

Mal tolto




L’aria si agita in ogni direzione
e comanda fazioni di polveri.
Sette, o più grani segreti al vento.
La polvere è per l'impronta
un toccasana. L’umanità
si concentra in quel luogo
o diventa tegumento del verso.    
Si alzano nuguli a squarciagola.
Chiudo la bocca. Incasso il collo.
Resto di pietra. Le narici fanno
un lavoro da archivista. Ballonzolo,
vivo: più coperti sono gli occhi,
più annudo l'odore. Poi gira
voce: oh-ò! è un grido d’aiuto. Ooooh!
del fanciullo che riscuote l’ora.
Polvere, che fuga dai passi: ohhhh.
Chi ha finito amore gira a vuoto,
perché quel qualcosa è tornado,
oppure vira stretto dal desiderio
di un ritorno. L’aria barcolla
per quanto è densa dove si alza
da lei al sole. Barcolla da sé questa
raccolta di calori impuri. E dentro
vibrano corpi come dolenti, curve
o cose non più spigolate; ballano
quasi fuochi: fatui, fatiscenti, fatti specie
di miraggi ingegnosi, umbratili
per collocazione adultera in noi.
Sei ricco, dimmi: ti senti come
quell’antico giovane con lo sguardo
curioso? Il secolo scorso ti ha dato
un fatto nuovo, una congiunzione
affiliata alla cosca del sangue, il rimedio
alla polvere si chiama nome ripetuto.
Guarda il sepolto. Felicitati per l’ombra.
Avendone sei; e sei ancora di nuovo.
Chi ha gli occhi addosso sa dove
si posa faziosa: il più complesso
sistema di ricordi diventa prossimo
maltolto.




11 marzo 2018

Ready made



Ho trovato una bottiglia di vino

sulla soglia del negozio di libri
e sono contento. Dentro
si intuiva l’esatta quantità d’aria
che la macchina di produzione
insuffla nella goccia rovente.
Più sopra c’erano i testi tanto diversi
quanto le parole usate lo permettono,
ma in fondo sempre le stesse, qualcuna
ineccepibile, altre di nuovo sole. Fuori  
così vengono le bottiglie, tutte uguali
fino alla bocca che le sonda.
E’ l’industria, bell’uomo, scarna
ed efficiente! E’ il macchinario che
banalmente  va dove seccano i bicchieri.
Una bottiglia, diamine, una bottiglia!
Solo un’isola di vetro... E intorno il soffio
di un cratere emerso; erutta ebbrezza
- fino ad un certo punto: quel vetro scuro
che, vuoi o non vuoi, strascica la pronuncia,
coinvolge la mente fino all’evanescenza.
Gli oggetti così composti sono presi
da almeno un pensiero: faccio presente
che il contenuto non è compreso.
Viene dopo, riempie quanto serve.


foto dal web - elab. ferdigiordano

24 febbraio 2018

L’accoglienza del gravido




Lasciai che raccontasse la sua sarabanda,
iniziata rompendo le acque: intorno, mura
di mezzo secolo perciò non si pensò
potesse uscire così facilmente;
continuò peggio nell’aria che trabocca e gelo
suscita il primo schianto del respiro
per una pacca nubile sul sedere sobrio.

Quindi la fascia di lino bianco, lunga
ben oltre la brevità della vita, i baci più duttili
dalle labbra meglio piazzate nel ricordo
dove il vissuto tende al cambio in corsa:
una soluzione lacerante adottata dai capelli
ai piedi per prendere sempre più coscienza.
E non è poco se per ora intendi qualche tempo.

Quel giorno, disse, c’erano nuvole così basse
che il mare pareva aereo, o con l’onda a vapore.  
Per quanto porto, non c’è bitta che non chiami
allo sbarco il passeggero, nè approdo che tenga
a freno la frenesia dell’anca, il seno coinvolto
e sicuro: tre di ben quattro decenni aggrappati
alla stessa paratia, la mammella proteica,
la goccia sapida, le ossa in formazione: tremende
le dure sospensioni. Allora si formò il fondo
che andava salendo nell’anno. Ci sarebbe stata
una rada sapienza, avrei fatto scalo in un qualche
apprendimento che agli uomini costa
più della buona fede. E la via del ritorno era difesa
da angeli / contro il poeta e il legislatore.(*)

Un teste all’ultimo processo dichiarerà inutili
queste grida. Ecco: gli si formò l’alba nella gola,
conobbe il sole, è stato toccato dal fumo,
pesava l’alito, lo infioccava, ha parlato ai prati
luminosi per cogliere una frase, non un gesto
da un corpo a corpo, ma pure la faringe invasa
dalla lingua seconda. La prima era bifida, e gli è

costato uno dei due.

  

(*) W.H.Auden “In time of war” (trad. C. Izzo)

17 febbraio 2018

Il compianto notturno cittadino




Ed è così che mi prendo la vista,
salito nel punto più alto della casa,
sopra il suo dorso di cemento e ferro,
solo nel perimetro di tanti feretri,
nel compianto lutto cittadino
- che paiono fatui i lampioni e le animelle lassù -,
da un abbaino schietto,
io la prendo.
Com’è.
Com’è che la pendola non vede l’ora
ma le conviene? La segna un suono
il ritmo celebre dell’attimo  
la bestia famelica che ha dentro
e che dentro consuma la mia carne
non il tessuto, intendo, ma l’altra
intoccabile e celibe
-  e questo è quanto so dell’amore.
E’ nell’ordine del tempo, vive da tempo
come i gibboni sulla canopia, dondola
e trama di saltare qua e là, affievolendo
il meglio.
Ad una altezza pari alla sua profondità:
la passione non trema più. Il braccio
proteso non la raggiunge, ma l’arto
ormai non è più lungo: la vecchiaia
è una attività che va scomparendo,

ricorre a momenti.



7 settembre 2017

Ben fatto resti



a R.C. (r.i.p.)


Non eri nato per caso,
non hai vissuto per caso. Non era il caso
di andarsene in tutta fretta. Davvero, il male
si è abbattuto da solo, ma è caduto in terra
il bell’amico, invece che la sua terribile ombra.
Bell’amico che mi lasci a vivere in questo caso
dolente, bell’amico da prima del lutto
che procura infiorescenza sulla bocca
per un nome dal suono chiaro
con gli attributi del buon parlato.
Bell’amico non per caso
ben fatto resti.


Immagine dal web

26 luglio 2017

Esegesi del fuoco astrale




Dalla fiamma la pelle agguanta
una massa d’organi confusi a mente.
Come gusci si aprono pensieri: tirarli fuori
è abboccare all’esca, accordare i polmoni
a una sola atmosfera.  
Quale tizzone introdurrà l’inferno, quale voluta il paradiso?  
Il fumo fa credere che la compagnia avanza
e una donna, come crisostoma, scintilla con le labbra
sulla falsariga del fuoco. Divide qualcosa
da qualcuno, di colpo: me dalla soglia del sangue.
Il sangue dalla soglia dell’amore.
L’amore dalla soglia delle stelle.
Le stelle dalla soglia del corpo.
Il corpo sulla soglia del pianeta esagitato
esamina le vicinanze come un guscio.
E non se ne esce!
Non mi convincono più le costellazioni. Ossia
il tepore è una lente che allontana il contatto
dalla vista. Penetra in breve l’oscuro
ma lascia incerto il lume. Mi ha coinvolto

questa corbelleria, tutto qui.


Immagine dal web - riel. ferdigiordano