7 settembre 2017

Ben fatto resti



a R.C. (r.i.p.)


Non eri nato per caso,
non hai vissuto per caso. Non era il caso
di andarsene in tutta fretta. Davvero, il male
si è abbattuto da solo, ma è caduto in terra
il bell’amico, invece che la sua terribile ombra.
Bell’amico che mi lasci a vivere in questo caso
dolente, bell’amico da prima del lutto
che procura infiorescenza sulla bocca
per un nome dal suono chiaro
con gli attributi del buon parlato.
Bell’amico non per caso
ben fatto resti.


Immagine dal web

26 luglio 2017

Esegesi del fuoco astrale




Dalla fiamma la pelle agguanta
una massa d’organi confusi a mente.
Come gusci si aprono pensieri: tirarli fuori
è abboccare all’esca, accordare i polmoni
a una sola atmosfera.  
Quale tizzone introdurrà l’inferno, quale voluta il paradiso?  
Il fumo fa credere che la compagnia avanza
e una donna, come crisostoma, scintilla con le labbra
sulla falsariga del fuoco. Divide qualcosa
da qualcuno, di colpo: me dalla soglia del sangue.
Il sangue dalla soglia dell’amore.
L’amore dalla soglia delle stelle.
Le stelle dalla soglia del corpo.
Il corpo sulla soglia del pianeta esagitato
esamina le vicinanze come un guscio.
E non se ne esce!
Non mi convincono più le costellazioni. Ossia
il tepore è una lente che allontana il contatto
dalla vista. Penetra in breve l’oscuro
ma lascia incerto il lume. Mi ha coinvolto

questa corbelleria, tutto qui.


Immagine dal web - riel. ferdigiordano

19 luglio 2017

Trascorsi




Il minuto è un ago curvo. Cuce il cuoio del giorno
come palloni da calcio del secolo scorso.
Io gioco a battimuro
con l’orologio che osserva rimbalzi cupi,
pure ne ripete le linee. Questa è monotonia.
Un uomo monotono è più marcatempo che meridiana:
il sole sulle aste fa un lavoro approssimato e vario,
con delicatezza collima ricchezze e miserie,
soprattutto a marzo, quando serve al verde.
Povertà è mancanza di lancette?
Che attinenza ha con la misura del tempo?
Allora c’erano strisce di ore affiancate senza tregua
e il sonno temeva la valvola
con la quale blocca la stella a quel giorno venuto meglio.
Oggi il tiro si è indebolito.
Avevo un bel destro.
Ma anche i sinistri non erano malvagi, difatti
sono ancora qui. Buone geometrie in difesa
ma conclusioni nulle. Perdere è mancare
l’aggancio quando il sacrificio è rinuncia.
E non insegui un sogno se non ti svegli.
Il filo resisteva anche all’acqua stagnante.
Ossia: ogni legame libera nell’umido bacio
la sua primordiale tenuta. La resistenza dei corpi.
si spiega con l’acciaio, ma l’uso del cotone
ferisce meno la pelle e il muscolo esterna
la tendenza dei glutei a rappresentare la fuga
da qualcuno da qualcosa. Ho una bella schiena,
posso dire, perché ho corso tanto. Il passo è, dunque,
un indicatore di vita.
A suo modo, il minuto cuce la pelle vizza e
l’incubo. La distanza percorsa da un punto
di vista a un punto di sutura è retta dallo
strappo. Mi sono divertito finché ho potuto.
Poi, scrivere è stata una conseguenza: come
l’ago che impiega minuti per chiudere i nodi
di tenuta. Voglio essere più chiaro: gioco
con le parole a battimuro. L’orologio continua
ad osservare rimbalzi che io stesso procuro
mentre annuncia il prossimo giro assicurando
il futuro: momento che taglia e cuce il sarto
nel buio.

20 febbraio 2017

Un bastimento, io penso




La macchina sovrumana del tirreno cuce
ad ondate concitate tutte le diagonali della luce.
Il maestrale appunta le verticalità più rigide che trova
e stupidamente le riduce in spiaggia.
Un bastimento, o io, martire del sale e del fondo,
prua dura, affilata e volta al porto, affronta il vento
con la blasfemia dell’ormeggio.

Di due cormorani, uno confronta le ali alle paratie
di ferro, scopre in tal modo le parole e i chiodi,
la ruggine e la catena; una svolta leggera, rapida
sulla noncuranza del mare, mi suggerisce battute a volo.
La prima è che il bastimento, da trent’anni almeno, affronta
un viaggio fino ai tropici; il mio pensiero vi arriva solo
quando lo accoglie in sogno. Intanto il promontorio carica
sul ponte una nuvola colore dell’olio. Sottocoperta, ripara
la costa dalle piogge, oppure sotto le viscere del cielo
cedono sogni tipici, ossia balle di emozioni da nessun porto.

O io o quel bastimento, turbina accesa, fumi
da ciminiera, prua nel vento, tanto vento: vento se
fiondiamo la memoria come acab l’incubo fuoribondo.
I marinai nello stesso momento in cui guardano terra
aspergono il mare con la lingua di dove vengono,
e possono farlo perché intorno c’è adeguato silenzio.
Sul bastimento, i mozzi hanno scialuppe ai piedi
per camminare fino ai moli. Che vi resta
del periplo dei continenti?, come vi prende la costa?
Avete toccato a lungo la gobba degli oceani
e non ne venne fortuna, serve ora un salvagente?

Un bastimento, io penso.


Immagine dal web

1 febbraio 2017

Qui sta come




Le proiezioni parlano da sole. E raggianti annunciano
che il visto e il mai visto evolvono,
magari in nostra assenza, privi di segni apprezzabili,
ma coraggiosamente a lungo.

Così è il suo volto, questo il pianeta che ti disseta:
così, ampia e impiantata, è la polveriera azzurra
nel largo dio oscuro: l’Universo. Dal principio
l’ombra ha corso breve,
poi riferisce lo sviluppo delle altezze,
sulle quali un capitello ionico
– che qui sta come particella surrettizia –
regge la forza del vuoto. Dall’alto
non si vedono cime maestose e, per questo,
se cancelli il colore, everest e sahara sono
sullo stesso piano. I dettagli –  che qui stanno
come i più interessanti degli uomini –
appaiono ancora meno degli dei.

Conosco superfici calme che cedono serenità
impedendo alle turbolenze di venire a capo della pelle
e altrettante crespe – che qui stanno come i pioppi
e la loro lanugine – darci oggi il nostro soffio
quotidiano prima che tutto vada all’aria.


foto: dal web (elab. ferdigiordano)

31 gennaio 2017

Previsto in tempo



Il meteo aveva dato maltempo.
Presa dal vetro una massa plumbea
era alla finestra: una tenda di broccato
scuro gonfia di refurtiva dell’oceano.
A tratti l’asfalto saliva in cielo e gli autobus
seguivano a ruota rotte da aerei.

Quando il vento è atteso, e non viene,
altre soffiate riempiono di dita i nasi,
le orecchie, i polmoni, i vetri:
come parapetti messi a segno
sui precipizi. Le previsioni da tempo
giungono a video acceso, capace
di risucchiarti nella gola da cui provengono.
L’atmosfera, per quanto umida, lascia
a bocca asciutta i venditori di ombrelli.  
Da sempre le candele votive non provano niente.
L’aria quieta studia il respiro come può,
come può il sangue accelerare nei temporali
con un tuono diverso da tempia a tempia.
Vista dal colle, la città si tiene bassa
con lo sterno sul torrione. Così si offre
meno resistenza alla rotazione del pianeta.
Ovvero: ci sorprende il sogno più antico:
prevedere fatti già accaduti e se dentro
ci saremo ancora noi con lo stesso bene
come già nel futuro lasciato appena ieri.
Sono le dieci
e la maggior parte di coloro che si svegliano adesso
fanno in tempo a vivere ancora.


foto; ferdigiordano (Gil, come previsto)

30 gennaio 2017

Cura con senso





Ci sono giorni in cui le cose non si
fermano nelle mani oppure già usate
simulano di stare bene a mente, quindi,
se non le afferri, pensi sento male
qui, o questa fragilità viene prima dell’uomo
ed allora pure le rose ne pagano il conto.
La pianta più vicina piega il fusto,
crede che i legami la reggano
e si lascia andare di lato. Sembra soffrire
il suo stesso peso. Anch’io. Prendi
le chiavi: appese alla porta indicano
il giro finito. Ti coglie il terrore
che un malanno terribile stia all’origine
di tutte le dimenticanze, calate da notte
nei panni, come risposte a sorte.
Quello che non afferro, o si manifesta
voce irrisoria o incassa il petto.
Ma ciò che è legato all’universo dura
finché il legame tiene, poi solo sembra.
Mi curano gli assenti. Li riconosco
dalla ventriloquia degli oggetti.



Foto:ferdigiordano (Gil in piena febbre)

21 settembre 2016

Quando passeggio nei tuoi silenzi



Quando passeggio nei tuoi silenzi
e passo a passo inseguo suoni che non odo
sguardi che non mi scrutano,
dita che non mi percorrono,
arranco fino alla cima dei miei pensieri
per trovare una eco della tua voce
o l’orma di una vecchia carezza.


Quando passeggio nei tuoi silenzi
tu sei l’inizio e la finedella mia solitudine.



Quando eravamo - Ros&Gil

10 settembre 2016

Un poco per uno






Eravamo il pianeta e sopra io,
e su di me tu il cielo e ogni dio,
quelli scomparsi e gli altri
da venire ancora, e sopra tutto
si reggeva il cosmo intero,
più uno o due pensieri incessanti del tipo:
chi cederà tra l’occhio e l’enorme visione?
l’attenzione di un figlio di che libera noi?
Intanto mi prende la macchia notturna,
una specie di garza a grandezza naturale, 

per lenire tutte le ferite di colui che canta
la sua condizione di starsene al buio

più che all’oscuro. Incide il motivo
che spinge l’orecchio supposto in cuore
a dare alla luce il suo aspetto migliore.
Adesso, e non sempre, gli elementi indicati
sono connessi da un filo di speranza in ascolto.



Gil che ama la notte (elab. Ferdigiordano)

5 settembre 2016

Non fare che passi




E io, Peter, ho viaggiato poco.
Nessuna isola era per me
e nessuna città o paese o albero è un’isola.
Vado a spanne, sempre, e lo spazzolino da denti
non si è mai mosso con fantasia.
Non sono stato altrove se non condotto
da qualcuno. Vado ovunque, certo,
ma solo perché questi luoghi vengono a me
restando lontani.
Di tanto in tanto un’onda porta l’oceano
fino allo scoglio e so che lo scoglio è unico
ma indissolubilmente legato al regno delle brevi maree.
La marea è quella coperta su cui timonavo la luna, tanto
a lungo il mio capitano è stata la notte fuoribordo.
Se allungo il braccio, se rompo l’immobilità, la pigrizia
dell’aria si scuote e c’è vento dentro casa, comunque
non abbastanza perché il mio corpo diventi navicella.
Ma tanto basta al senso e mi trovi in giro,
per quel poco che gonfia la vela, come a prendere
il meglio: passare nel mondo con te,
per sentirmi un chi va là oltre frontiera.


Immagine dal web